La mia opinione

24 novembre 2009

Avere una propria opinione sulle cose nella nostra cultura è di grande importanza, perché ci consente di essere liberi nelle scelte. Ma come si fa a crearsi un’opinione?
Ci sono due alternative: o si fa un’esperienza diretta delle cose – e ci si fa un’idea di conseguenza – oppure ci si affida all’esperienza diretta di altri e ci si costruisce un’opinione “di seconda mano”.
Attualmente, il mondo è troppo complesso e ricco per consentirci di fare esperienza diretta di tutto: sempre più spesso, quindi, siamo costretti a fidarci delle opinioni degli altri, sperando che gli altri siano sufficientemente onesti, intelligenti e sensibili.
Di solito, per costruirci un’opinione chiediamo a qualcuno di cui abbiamo stima, qualcuno le cui opinioni abbiamo già verificato più di una volta in passato, qualcuno a cui riconosciamo competenza e autorità in un determinato settore. Quel “qualcuno” è più comunemente noto come “opinion leader” e incidentalmente può essere il bersaglio di svariate strategie di marketing.
E quando non conosciamo nessun “esperto”, come ci comportiamo? Elementare Watson: cerchiamo su internet.
Ma chi ci garantisce che l’informazione che troviamo su internet sia una buona informazione, un’informazione corretta?
La risposta è di una semplicità avvilente: nessuno. Non ce lo garantisce nessuno.
Anzi, pare proprio che ultimamente alcune aziende siano piuttosto impegnate a ritoccare e sistemare tutti quegli elementi che concorrono alla creazione di una reputazione, ovvero di una opinione: leggete qui.

Temo che questo ragionamento possa essere esteso alla maggior parte delle nostre attuali fonti di informazione. Che fare, quindi?
Alla peggio, possiamo aderire alle teorie cospirazioniste secondo cui la realtà non è quasi mai quel che sembra, oppure possiamo cercare di acuire la nostra sensibilità e di incrociare sempre più fonti diverse, in modo da diminuire la possibilità di errore. E che Dio ce la mandi buona.


FriendFeed

30 agosto 2009

Venerdì mi hanno parlato per la seconda volta di FriendFeed.
Me l’hanno presentata come la versione intellettuale di Facebook e il mio lato snob ha subito pensato: com’è che io non ci sono? Quindi stamattina sono andata ad iscrivermi.
L’idea, in effetti, non è niente male: FriendFeed è un luogo in cui condividere link interessanti e poche righe di riflessione. Restano fuori:
– le foto delle vacanze
– i test Scopri che animale sei, che personaggio dei cartoni animati sei, che serial killer sei, che pianta grassa sei
– i gruppi fan del bombolone e della sauna
– i suggerimenti di amicizia
– i videogiochi
– le icone per rappresentare gli stati d’animo
– i biscotti della fortuna virtuali
– le categorie Quelli che… girano in bici, che amano gli abbracci coccolosi, che sniffano la coca
– gli inviti agli eventi.

Finalmente posso abbandonare le aride lande di Facebook e scambiare opinioni gustose e interessanti con i miei amici intellettuali. Attualmente, i miei amici iscritti a FriendFeed sono: uno.


Imperialismi

12 dicembre 2008

Da oggi Google è ancora più imperialista. Dopo anni di onorata carriera nella registrazione automatica, e senza autorizzazione, delle parole più ricorrenti che compaiono nelle nostre e-mail al fine di trarne un utile puramente commerciale, dopo aver creato rubriche elettroniche con tutti gli indirizzi e-mail che usiamo quotidianamente e averci proposto di inviare a tutti i “nostri amici della rubrica di Google” chissà quale terribile virus o invito a registrarsi da qualche parte, ecco che Google estrae un altro coniglio impazzito dal cappello.
Stamattina, infatti, digito due lettere sul motore di ricerca che indicizza più siti al mondo e mi si apre un menu a cascata con una lista di parole.
Lì per lì penso di non avere cancellato la cronologia e i moduli la sera prima, però è strano: lo faccio tutte le sere, per me è una pratica igienica imprescindibile. Ci riprovo e mi esce di nuovo la cascata di parole. E così Google l’ha fatta un’altra volta, la sua azione imperialista.
In pratica, il motore di ricerca offre una lista di parole con un’alta ricorrenza. Ma un’alta ricorrenza dove? Nelle mie ricerche, nelle mie e-mail o nelle ricerche degli utenti di Google in generale? Per risolvere l’arcano, ho digitato le iniziali di alcune parole calde: le iniziali erano “fi”,  “se” e “ca”. Il risultato è stato quello che immaginavo.


“Faccialibro” non mi avrà

22 settembre 2008

Ieri mi sono iscritta a Facebook, perché volevo vedere com’era, dato che ero l’unica a non saperlo. Facebook è un social network (c’è scritto in prima pagina), in pratica una comunità di gente che conosce altra gente che conosce altra gente che conosce altra gente all’infinito. Potenzialmente se conosco tre persone che a loro volta conoscono altre tre persone in poche mosse posso ritrovarmi al cellulare con Dio. Qualcuno, infatti, sarà suo amico e me lo presenterà.
Su Facebook ognuno ho la possibilità di dire qualcosa di sè stesso: cosa sta facendo adesso, qual è il suo lavoro, che musica ascolta, dove ha studiato eccetera. Poi si possono inserire album di foto e video, lasciare commenti sui profili degli altri e fare tutta una serie di altre cose che non avrò mai la pazianza di imparare.  
Quando, spulciando tra gli amici degli altri, si incontra una persona che si conosce, le si manda una richiesta di amicizia, che la persona può accettare o rifiutare. Nel momento in cui si accetta un amico, si può anche consultarne il profilo, venendo quindi a conoscenza di fatti riservatissimi tipo dove è stato in vacanza o come si chiama il suo animale domestico. Ma soprattutto si viene in contatto con tutti gli altri suoi amici. Ed è così che si crea la rete, che si scopre che quell’amico ha pessimi gusti in fatto di amicizia (conosce persone tremende!), che nascono storie d’amore, che si trova lavoro (lo dicono i sociologi), che si inventano leggende metropolitane. 
Una delle cose che più mi ha colpito di Facebook, a parte la complessità, è la sezione delle notizie. Ogni volta che una persona fa qualsiasi cosa, ne viene data notizia sul suo profilo. Tipo, ieri io ho accudito la gatta. Ho anche stretto amicizia con un paio di persone: da prima pagina del Corriere.
Di seguito, alcuni dei motivi per cui non mi affezionerò a “faccialibro”:
– per comunicare preferisco la posta elettronica
– quando il numero delle alternative aumenta in maniera esponenziale, io solitamente esco (di testa) e cerco un posto dove mi siano date due o tre opzioni al massimo
– non voglio condividere le mie foto (mi vergogno), al massimo posso condividere i miei libri
– ho passato gli ultimi dieci anni cercando di fare perdere le mie tracce ai miei ex compagni di classe.