In un pomeriggio senza inglese…

30 novembre 2008

… sorseggio un conte grigio con limone, mentre ascolto un livello audio 3 del gruppo esperto cinematografico 1/2 dei Peperoncini Rossi e Caldi al Cili che ho scaricato ieri con il mulo elettronico.
Navigo con la volpe di fuoco sui miei siti preferiti: da qualche tempo non uso più l’esploratore perché sto boicottando Conto Cancelli.
Controllo la posta elettronica, scrivo una nota sulla mia traccia in rete e resto un quarto d’ora in una chiacchierata con la mia amica del cuore.
Prima di spegnere l’elaboratore, trasferisco le foto della gatta dal telefono cellulare con il dente blu.


Aperto per ristrutturazione

22 novembre 2008

“Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un’enciclopedia cinese che s’intitola Emporio celeste di conoscimenti benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in:
(a) appartenenti all’Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati, (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi in questa classificazione, (i) che s’agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche.”

J. L. Borges, che ha scritto questo testo, era un maledetto genio. Di suo non sono mai riuscita a leggere nulla, perché ho il cervello troppo piccolo. In compenso sono incappata in questa citazione, mentre leggevo un saggio sull’architettura dell’informazione (saggio gentilmente scritto la L. Rosati).
Questa tassonomia impossibile mi ha strappato una risata panciuta e mi ha fatta ripensare all’annosa questione delle classificazioni.
Una delle capacità fondamentali dell’intelligenza umana è proprio quella di classificare. E’ dalla nostra capacità di classificare che nasce il linguaggio, ovvero l’idea di chiamare “cane” tutti quegli esseri animaleschi, pelosi, con quattro zampe, che fanno bau. Chiamare qualcosa “cane” significa collocarlo nella categoria “cane”.
La tassonomia di Borges è straniante perché ci pone di fronte a una categorizzazione irrazionale per noi occidentali. Infatti è una categorizzazione che non tiene conto di qualità oggettivamente rilevabili e replicabili di un animale, ma di qualità soggettive, temporanee, dipendenti dal contesto.
Eppure, questa tassonomia impossibile può non essere così impossibile, a ben guardare. Chi ci vieta, infatti, di pensare il mondo animale con l’aiuto di queste classi? Il buon senso, forse, o la voglia di comunicare ed essere compresi, certo.
Però è innegabile che qualcuno, magari appartenente a un’altra cultura, dove tutti gli animali “s’agitano come pazzi”, potrebbe trovare questa classificazione utile e funzionale.
Forse, quando ci accingiamo ad interpretare il mondo appoggiandogli sopra il nostro schema di classificazione e pensando che è l’unico possibile, dovremmo fermarci un momento, fare un bel respiro e provare a ristrutturare il nostro pensiero, per essere più aperti, liberi e capaci di goderci anche gli animali “che da lontano sembrano mosche”.


Due vite

16 novembre 2008

La mamma aspetta la bambina, ma la bambina non vuole ancora arrivare. Il tempo è scaduto da una settimana, la mamma ha le gambe gonfie e l’addome prominente le fa inarcare la schiena. La mamma è molto curiosa di vedere il visetto della sua bambina, per la prima volta.

Il bambino ha paura. La sua mamma è senza capelli: si è ammalata un anno fa e non è ancora guarita. I medici le hanno fatto la chemioterapia e poi le hanno detto che adesso serve un trapianto. Il papà, lo zio e la nonna  hanno fatto un prelievo di sangue per vedere se potevano donare alla mamma il loro midollo, ma purtoppo nessuno di loro è risultato compatibile. Il papà ha pianto quando sono arrivati gli esiti degli esami. Era la prima volta che il bambino lo vedeva piangere.

Poi una sera la bimba decide che è arrivata l’ora. La mamma la sente muoversi e farsi strada attraverso il suo corpo. Il medico le dice di stare tranquilla, ma la mamma è già tranquilla e si sente coraggiosa: sta per diventare mamma.

Il bimbo non piange, perché quando va a trovare la mamma in ospedale non vuole rattristarla. La mamma gli chiede di raccontarle che cosa ha fatto oggi e il bimbo le risponde “niente”. Ma poi vince la sua ritrosia e le racconta della scuola e degli amici con cui ha giocato. La mamma sorride, ma si vede che è molto stanca. E’ pallida e magra: prima invece aveva sempre le guance rosa e il rossetto sulle labbra.

Le contrazioni sono sempre più vicine e la mamma respira profondamente, come le hanno insegnato al corso pre-parto. La bimba spinge sulla cervice, ruota per entrare nel canale del parto e il medico può già vedere la sua testolina. La mamma inizia a spingere e non ha più dolore: sente solo l’urgenza di fare nascere la sua creatura.

Il bimbo è salito sul letto perché vuole essere abbracciato dalla sua mamma. La mamma lo stringe senza forza e gli accarezza i capelli. Al bimbo mancano gli abbracci della mamma e vorrebbe stare lì, con lei, per sempre. Ma sa che tra dieci minuti finisce l’orario di visita e lui dovrà tornare a casa col papà.

La bimba ha tanti capelli neri e un viso piccolo, e stupito. Il medico l’ha appoggiata sul torace della mamma e la mamma l’ha toccata per la prima volta. La bimba a poco a poco ha smesso di vagire e ha rivolto i suoi occhietti ancora ciechi verso la mamma.
La bimba e la mamma adesso non hanno più paura e sono pronte per essere staccate.
Il medico recide il cordone ombelicale; l’infermiera prende la bimba. Il medico chiede alla mamma se può procedere come d’accordo, e la mamma annuisce.

Il bimbo ora piange perché si sente solo. Non vuole lasciare la sua mamma, vuole dormire con lei e sentirla accanto. Certe notti, a casa senza la mamma, il bimbo ha paura. Il papà gli dice di fare il bravo, ma il bimbo non riesce a smettere di piangere. 
Alle tre del mattino il bimbo, nel suo letto, sta sognando la mamma. Squilla il telefono e il bimbo si sveglia di soprassalto. Il cuore gli batte all’impazzata e lui ha paura, non riesce a muoversi. Il papà risponde al telefono, poi va in camera sua e lo abbraccia forte forte.

Sono passati due giorni da quando la bimba è nata, e il medico ha detto che ora la mamma e la bimba possono uscire dall’ospedale. La mamma ha riordinato tutte le sue cose, ha preso in braccio la bimba e ha salutato le infermiere. 
In ascensore la mamma e la bimba incontrano il bimbo con il suo papà. Il bimbo guarda la bimba, il papà sorride alla mamma. Poi il papà e il bimbo salutano educatamente e scendono al secondo piano, mentre la mamma e la bimba iniziano la loro vita insieme.
Il bimbo guarda la sua mamma dietro il vetro della stanza. Non può entrare, perché la mamma è molto debole. Due giorni fa un’altra mamma, dopo avere partorito una bambina, ha donato il suo cordone ombelicale e il sangue è risultato compatibile con quello della sua mamma. I medici hanno potuto eseguire il trapianto di midollo.
La mamma del bimbo guarirà.